Questo articolo esce, non a caso, oggi 20 marzo, il giorno prima della primavera. Spero che tutto questo possa essere di buon auspicio per quanto concerne il tema che sto per trattare.
Vuole essere un invito a riflettere attentamente sulla condizione dell’artista nel contesto della società odierna e sulle modalità con le quali egli, con le sue conoscenze e competenze, potrebbe finalmente ritornare a essere di qualche utilità alle masse.
Purtroppo, infatti, la posizione dell’artista come personaggio egocentrico bohemienne buono a nulla è ancora profondamente radicata nell’immaginario collettivo.
E non senza un motivo.
La gente comune associa alla figura dell’artista quella di uno scapestrato, che vive alla giornata tra mille problemi, soprattutto di natura economica, che nei casi più estremi assume un atteggiamento autolesionista. E che, tra un lavoretto saltuario e l’altro, trascorre il suo tempo dipingendo o creando installazioni che capirà solamente lui o una ristretta cerchia di amici o di pochi eletti. Loro, sì, che ne capiscono veramente di arte; tutti gli altri, ai loro occhi, sono solamente degli ignoranti insensibili e rozzi, che pensano solamente a soddisfare i bisogni di prima necessità senza pensare al nutrimento dell’anima.
Non trovate anche voi che in tutto questo ci sia qualcosa che non torna?
Come ci siamo arrivati a questa situazione così incresciosa e umiliante per l’artista contemporaneo, deriso e schernito ancora oggi dalla società e che, a sua volta, fa la stessa cosa nei confronti di essa?
Il risultato non può che essere uno scontro senza risoluzione alcuna per nessuna delle due parti in causa.
Così l’artista in questione, a qualunque forma d’arte egli/ella si dedichi, ha grosso modo tre possibilità:
1) getta la spugna e si adegua a trovare un lavoro come quello degli altri, rimanendo frustrato e insoddisfatto per tutta la vita;
2) si dedica a una qualche forma d’artigianato, che però sente non essere la strada che voleva perseguire (senza voler nulla togliere alla nobiltà e autorevolezza degli artigiani);
3) se invece decide di percorrere questo arduo sentiero, con ogni probabilità dovrà sopportare per tutta la durata della sua esistenza i commenti sarcastici della gente, ritagliandosi il suo ruolo di esclusivo detentore di vere emozioni e sentimenti che lui, e solo lui, è in grado di provare.
E qui si torna alla mia descrizione iniziale delle peculiari caratteristiche della figura dell’artista.
Per cercare di trovare una soluzione a questo inenarrabile scempio, ho deciso di ripercorrere brevemente insieme a voi quella parte di storia dell’arte che va dal Rinascimento ai giorni nostri, rifacendomi all’introduzione del libro Anatomia dinamica per l’artista scritto dal grande insegnante, teorico dell’arte e fumettista Burne Hogarth. Devo dire che la lettura del suo libro mi ha letteralmente illuminata sulla questione.
Egli, infatti, ha saputo inquadrare con estrema precisione il reale problema che impedisce agli artisti di oggi (eccetto pochissime eccezioni) di recuperare un ruolo centrale all’interno del tessuto sociale.
IL RINASCIMENTO:L’ARTE AL SERVIZIO DELLA SCIENZA
Quello che mi accingo ad esporvi è senza ombra di dubbio, insieme a quello della civiltà greca, uno dei momenti migliori e più fecondi dell’espressione artistica umana.
Venne anticipato nel XIV secolo principalmente da tre grandi artisti: Giotto, Cimabue e Masaccio. Essi animarono di un nuovo soffio vitale i soggetti a carattere religioso, facendo sciogliere come neve al sole la rigida e ascetica staticità delle preziose icone medievali e conferendo una prospettiva, seppur rozza e primordiale, agli sfondi, dando volume e consistenza alle carni e una nuova espressività agli sguardi dei soggetti rappresentati.
L’arte del rinascimento vide lo studio e la riscoperta dei canoni classici, in pressocchè tutte le forme d’arte. Tutto ciò riflettè la nuova dimensione armonica e sinergica che l’uomo aveva ritrovato nel rapporto con la natura e con Dio.
Venne così sancita definitivamente la fine del Medioevo e del feudo, e di conseguenza del conservatorismo scolastico e della rigidità accademica. La prospettiva in arte venne perfezionata ulteriormente a livelli mai visti prima con artisti come ad esempio Piero della Francesca; Francis Bacon demolì la concezione platonico-aristotelica dell’universo e Niccolò Copernico scoprì il sistema solare eliocentrico e non più geostatico.
Nel campo dell’anatomia fu importantissimo il lavoro di Vesalio, che con De humani corporis fabrica (1543), perfetta sintesi di rigore scientifico e bellezza artistica, rese pubblico il suo lavoro di anni di studio sull’anatomia del corpo umano, compiuto dissezionando diversi cadaveri, sperimentando dunque sul campo ed emancipandosi dai moralismi e dai dogmi assoluti che vigevano nell’epoca precedente. Il tutto con l’aiuto di Tiziano, che si occupò delle illustrazioni dell’opera.
Vedete come qui arte e scienza hanno collaborato in assoluta armonia? Vesalio ha avuto bisogno dell’aiuto di Tiziano, pur conoscendo perfettamente l’anatomia. Come mai, vi starete chiedendo voi?
Questo perchè mentre il punto di vista di un chirurgo disseziona, separa e divide il corpo umano fino a giungere alla struttura della cellula, un artista sa cogliere al meglio la figura umana nel suo insieme, aggiungendo le singole parti in un secondo tempo.
BAROCCO E ROCOCO’
In quest’epoca lo scambio tra arte e scienza si espande ulteriormente fino a consolidarsi, aprendo così la grande epoca del ritratto e del paesaggio, realizzando così in termini visuali le scoperte di Galileo, Cartesio, Keplero e Newton.
L’arte barocca perfeziona ulteriormente il realismo e la comprensione del carattere e dei sentimenti umani,senza per questo rinnegare le scoperte scientifiche, anzi, continuò a fare da portavoce a queste ultime: nella corte di Velazquez e Rubens, nella sofferenza umana di Rembrandt, nei ragazzini malati che Caravaggio faceva posare per le sue opere.
Con il rococò, però, iniziò una fase di stasi in cui la scienza smise piano piano di lavorare in modo disinteressato per il miglioramento della vita dell’uomo, iniziando, infatti, a essere concepita come una mera attività imprenditoriale e commerciale.
Anticipatore di questa tendenza fu il filosofo e matematico Leibniz, consigliere di Federico I di Prussia, che applicò la sua peculiare filosofia delle monadi, atta a spiegare l’origine della materia, anche all’economia di ciascun Stato.
Secondo lui, infatti, la Scienza doveva essere messa necessariamente al servizio di esso come strumento politico per arricchirne l’economia.
Eccovi una descrizione riassuntiva del concetto di monadi:
Le monadi sono, allora, i reali atomi della natura e, in una parola, gli elementi delle cose.” Come sostanze elementari presentano le seguenti caratteristiche: non hanno forma alcuna, poiché essa implicherebbe divisibilità; non possono, in quanto sostanze, essere ne prodotte né distrutte.
Sono individuali: nessuna monade è identica a un’altra; quale essere fondato su se stesso, ogni monade è priva di finestre: nessuna sostanza o determinazione può agire fuoriuscendo da essa o penetrandola. Tuttavia, esse mutano internamente in modo incessante: un impulso interiore verso la perfezione, la cosiddetta appetizione, provoca il continuo passaggio da uno stato all’altro, e tali stati prendono il nome di percezioni. Queste “informazioni” e i loro “programmi” stabiliscono il rapporto della singola monade con tutte le altre monadi dell’universo, come un punto in cui si incontrino un numero infinito di angoli. Visto che le monadi sono prive di “finestre” e, nonostante ciò, stanno in relazione le une con le altre, bisogna presupporre “che ogni monade è uno specchio vivente, capace di attività interiore, che rappresenta l’universo dal suo punto di vista.
Le caratteristiche di queste monadi non vi ricordano proprio quelle della malattia autodistruttiva dell’artista di oggi?
L’ETA’ INDUSTRIALE. IL ROMANTICISMO, NEOCLASSICISMO E IMPRESSIONISMO
La nascita delle grandi monarchie prima e l’avvento della rivoluzione industriale poi sancirono definitivamente la frattura fra arte e scienza, che ormai aveva perso il suo scopo originario.
La visione separatista di Leibniz era così divenuta realtà.
Fu in quest’epoca che nacque il clichè dell’artista ribelle che rema contro le istituzioni, che anzichè supportare le nuove scoperte scientifiche si limitano a perfezionare quelle vecchie e non promuovono i giovani talenti a meno che non seguano le rigide restrizioni delle accademie con i suoi stereotipi puramente neoclassici, anch’esse ormai controllate dallo Stato stesso.
L’arte diventò così strumento di denuncia della condizione umana e di satira politica, assumendo tratti sgraziati e caricaturali; anche l’ultimo baluardo dell’umanesimo, l’Impressionismo di Monet, Renoir, Degas e altri venne immediatamente relegato in un cantuccio, al Salon des Refusèes, nonostante gli sforzi da parte del movimento di venire accettati dall’ambiente accademico.
Questo portò a una carenza di committenza e alla disaffezione del pubblico, che iniziava a non comprendere più l’operato dell’artista maledetto, sempre più introiettato in se stesso e nella sua personale alienazione e che escludeva a priori la prospettiva e l’uomo anatomico nelle sue opere, giudicandoli banali e accademici.
La scienza a questo punto non aveva più bisogno dell’Arte.
La naturale conseguenza di tutto ciò fu che l’arte, da qui in avanti, decise di fare a meno della scienza, peccando di altrettanta presunzione, consolidando completamente questa frattura e proiettandosi nell’età moderna, frammentandosi in innumerevoli correnti artistiche e scoprendo (fatto questo in buona parte positivo) il fascino dell’arte etnica, soprattutto giapponese e africana.
L’Arte, alla luce del XX secolo, assume così una connotazione sempre più egocentrica e psicanalitica,esclusive di intellettuali che sono gli unici in grado di dissertare sull’argomento o, al contrario, diventando esclusivamente utilitaristica e servendo il progresso solo nella forma e non nella sostanza. Cercando rifugio dalle responsabilità del nuovo mondo tecnologico e rifugiandosi in elite esclusive di intellettuali che sono gli unici in grado di dissertare sull’argomento o, al contrario, diventando esclusivamente utilitaristica e servendo il progresso solo nella forma e non nella sostanza.
Attenzione: non sto dicendo che il design e la grafica pubblicitaria siano un abominio, lungi da me fare discorsi così moralisti che fra l’altro non condivido (l’arte non deve svendersi ecc.).
Guadagnarsi da vivere con le proprie capacità è un sogno di molti, anche il mio. Legittima l’esistenza dell’artista in questo mondo e lo fa sentire utile. Ed è anche questo lo scopo di questo post.
Ma ci deve essere per forza qualcos’altro che l’arte può fare per tornare a servire l’uomo!
E’ necessaria una riscoperta del suo più intimo significato e della sua funzione che vada oltre il semplice aspetto estetico di una caffettiera o di una trousse per il trucco, o di un opera d’avanguardia che funge da complemento d’arredo di un loft esclusivo, per quanto esoterico possa essere il significato che ci sta dietro.
E ora veniamo al punto cruciale.
Innanzitutto preciso da subito che il mio post non vuole essere assolutamente a priori contro quelle forme d’arte individuali e strettamente soggettive; anche esse, infatti, possono essere d’aiuto alla persona che le pratica e vendute a chi le apprezza perchè vicine alla sua sensibilità.
Ma in questo senso si è arrivati a un punto di saturazione. Troppe correnti e sottocorrenti artistiche, troppe le immagini che bersagliano i nostri poveri occhi tutti i santi giorni soprattutto mediante la pubblicità.
C’è una confusione incredibile per quanto riguarda la qualità nell’arte, proprio per colpa dell’eccessiva quantità di materiale fruibile.
Se tutto ciò non viene affrontato con una preparazione adeguata (cosa che spesso avviene anche nelle scuole), anzichè aprire la mente ed espandere il nostro stato di coscienza, la ottunde e ottiene come unico risultato proprio la perdita di quella visione d’insieme che è così fondamentale per l’artista. Ed è quello che è successo anche a me.
Così, ecco il fiorire di pseudo-artisti e dilettanti allo sbaraglio, che giocano a fare i personaggi maledetti a tutti i costi e si atteggiano a divi dello star system, solo perchè strimpellano quattro note cantate male oppure i loro disegnini sghembi fanno tanto indie-alternativo.
L’Arte odierna deve tornare utile, indispensabile, riappropriarsi di radici solide, e tornare a parlare alla gente comune, al di fuori della collanina realizzata dalla dilettante di turno che si dà un sacco di arie o dell’oggetto di design.
P.S: Siete ancora convinti che vi stia imponendo delle restrizioni accademiche?
Allora vi dico questo: Socrate affermò con grande acutezza che prima di comprendere la natura della legge bisogna conoscere la legge della natura. Ed è questo che Hogarth intende con l’acquisire delle nozioni e delle regole di base che però non impediscano di tracciare il proprio percorso artistico e che, anzi, ampliano gli orizzonti creativi della persona e gli fanno ottenere risultati che mai avrebbe immaginato di conseguire.
Dunque, non ci sono più scuse!
P.P.S: Il discorso di Hogarth non è certamente nuovo agli addetti ai lavori; so dunque per certo di non aver scoperto l’acqua calda, visto che il tomo in questione è stato pubblicato nel 1958.
Ma ora vi domando: quanti artisti sono veramente riusciti a mettere in pratica il suo discorso? In quanti hanno capito che la maschera pirandelliana del proprio ego andava gettata via una volta per tutte, insieme ai rimbrotti, alle lamentele, ai voli pindarici e sterili della mente, in un atto di infinita umiltà per potersi finalmente riaccostare alla gente comune ed essere veramente di aiuto a loro stessi e agli altri?
Scrivendo questo, sto ovviamente facendo un mea culpa, dato che anch’io ho commesso questo errore in prima persona.
E lancio questa sfida sia a me stessa, che a chi mi sta leggendo, artista o non.
Vuoi davvero fare qualcosa per te stesso e per gli altri, qualcosa di concreto? Allora smettila di lamentarti ed esci dal tuo sterile guscio, studia, costruisciti una base solida, ma non negarti la possibilità di sperimentare e di trovarti un tuo stile personale. Lascia che l’Arte vada di nuovo incontro alla Scienza, facendo esattamente ciò che fecero Tiziano e Vesalio, ma con uno sguardo fresco e moderno sulla realtà.
Non lasciarti uccidere da chi è già morto.
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Ottimo lavoro, Valentina. Davvero un bell’articolo, progettato, strutturato, ricercato. Molto impegnativo anche il tema e il proponimento.
Io sono con te. Bisogna che le persone si sveglino e si rendano conto che la conoscenza, con tutto quello che comporta, è l’unica strada che porta alla libertà.
La conoscenza rende liberi!
Brava.
Brava Ladyvalkan,ottimo articolo,bello corposo e incoraggiante.
Come ben sai sono cresciuta con il metodo della scuola accademica,consapevole di sentirmi soffocata dalle sue regole e bloccata di libera espressione.
Ho accettato la sfida felice e convinta di continuare per il bene di me stessa.
Eccomi a rispondere ai vostri commenti.A dire il vero aspettavo il commento di Ester per rispondere, ma in questi giorni sembra essere sparita… ps, Ester dove seiii???
Ci tengo moltissimo al tuo parere, lo sai!
Comunque… @Carlo: quoto parola per parola, la gente deve smetterla di vedere lo studio e la conoscenza come un’imposizione o, peggio ancora, c’è chi pensa che renda infelici.
Giuro, parola mia, l’ho sentito dire più e più volte da gente che dice che quando inizia ad acculturarsi la persona perde in genuinità e si sopraeleva accumulando nozioni e guardando gli altri dall’alto in basso.
Purtroppo c’è una parte di verità in queste parole.
In realtà questo è vero se la persona che decide di studiare per il proprio futuro lo fa con questo atteggiamento nei confronti degli altri, studente o insegnante che sia.
Il risultato è che chi, una volta fattasi una cultura non la mette a frutto e la espone in bella mostra agli altri semplicemente mettendosi in vetrina e imponendola come legge assoluta, creerà un’avversione al sapere in tutte le persone che incontrerà. E questo è davvero un danno enorme che uccide la sana curiosità della gente fin da bambini, e che non stimola alla ricerca personale.
Queste persone hanno bisogno di qualcuno che sia in grado di far crollare questo muro, e di farglielo disimparare, in maniera tale da poterle fare finalmente sbocciare in assoluta libertà.
@Barbara: più che il metodo della scuola accademica in sè per sè, ciò che non fa imparare lo studente è il fatto che gli insegnanti stessi siano delle monadi che non comunicano tra di loro. Questo è il risultato di ciò che ho scritto sopra: ognuno è convinto della sua verità assoluta, e la loro mente fa da filtro alla realtà oggettiva, a parte rarissimi casi.
In genere trovi l’insegnante fissato con un tipo di arte in particolare, o solo accademica o solo moderna, senza soluzione d’incontro.
Quindi, facendoti fare o solo lavori banali e accademici senza prima fare un percorso specifico, o facendoti passare direttamente all’astratto perchè tanto “è facile esprimere la propria interiorità buttando due colori sulla tela”, il risultato è che lo studente esce dalle scuole ancora più confuso.
E una volta che andrà ad insegnare, farà lo stesso danno sui suoi studenti!
E’ ora di farsi delle domande seriamente sulle azioni che compiamo ogni giorno, invece di ripeterle meccanicamente come robot, e di acquisire un pò di consapevolezza, in maniera tale da non dover lasciare ai nostri figli un fardello ancora più pesante da risolvere del nostro.
Cara Ladyvalkan,ti dico che mi hai scritto cose giuste che sapevo bene,ho sbattuto il naso contro questi insegnanti in prima persona,uscendo dall’accademia con mooolta confusione,ma tu sei stata brava a descrivere questa condizione,io non più abituata a relazionarmi con gli altri non sono stata capace di esprimermi e dire le parole giuste.Altra pecca di me stessa che non sopporto e devo migliorare.
Anche io come te aspetto il parere di Ester sul tuo articolo.
Ester,l’invito è anche da parte mia,aspettiamo il tuo commento.
Beh Barbara, ognuno di noi deve disimparare i limiti che ha o che gli hanno imposto… io, ad esempio, ci sono rimasta un pò male per non essere stata in grado… di mettere un elefante in frigorifero!
E tu sai bene a cosa mi riferisco…
@ Ladyvalkan:
Il problema non è quello di “non sapere” come mettere un elefante nel frigorifero. Il problema è “sapere di non sapere”.
Sono tante le cose che ancora dobbiamo conoscere. Quando ne prendiamo atto, siamo anche più felici e non ci stiamo male quando altri ce lo fanno notare.
Ci si resta male quando la “presunzione” di noi tutti rende l’impatto con la realtà ancora più traumatico e doloroso.
Chi non sa, non sa di non sapere!
Hai ragione tu, Carlo… è proprio oltre all’orgoglio ottuso e stupido che dobbiamo lasciar andare, è quello che ci impedisce di imparare le cose più sorprendenti della vita. E’ la stessa conclusione a cui sono arrivata nell’articolo e, a volte, può capitare di incontrare ancora alcune “resistenze” dentro di noi, nonostante il lavoro già compiuto. Ma bisogna andare oltre, e ancora oltre.
Grazie Carlo!
Questo spaccato di storia è molto interessante ed esaustivo: ho imparato cose che non sapevo e già solo per questo merita un commento più che positivo. Credo anche di non essere la sola ad aver fatto questo pensiero.
Io non ho fatto il tuo percorso scolastico di formazione, e come ti ho già scritto in un altro commento, sono davvero rammaricata che nelle scuole non si parli dell’arte con le dovute maniere. Probabilmente, anzi, senza ombra di dubbio, io sono il risultato di questa mal gestione dell’insegnamento dell’arte, e pensare che la chiamano “educazione artistica!” macchè educazione ed educazione! Leggendo il tuo post mi rendo conto del mancato approfondimento sia in senso verticale, cioè seguendo il percorso durante il tempo, sia in senso orizzontale, cioè i vari stili e tecniche dell’arte
@ ester:
Ciao Ester, aspettavo il tuo commento con ansia!
Logicamente riguardo all’assorbimento delle materi artistiche, come per qualsiasi altra materia, dipende anche e soprattutto dall’insegnante che ci capita.
In realtà gli i movimenti, gli stili e le tecniche pittoriche presi singolarmente vengono approfonditi fin troppo!
Mi spiego: è soprattutto una questione di eccessivo apprifondimento in senso orizzontale e, nell’altro verso, di un quasi del tutto mancante percorso in verticale sia della storia che della storia dell’arte, che non stimola gli studenti ad avere una visione globale del secolo, mezzo secolo o addirittura millennio in cui è calato il LORO contesto storico.
Gli eventi vengono sì studiati in ordine cronologico, ma manca l’insegnamento di un fattore di coesione e confronto fra le varie epoche.
In questo modo si priva i futuri adulti degli strumenti necessari ad acquisire una loro identità, che sia artistica od altro, e soprattutto a costruire qualcosa di veramente significativo per sè stessi e il resto dell’umanità.
Risultato? Un professore che, come suo motto preferito, ogni mattina in classe ti dice: “Vola basso e schiva i sassi!”
“Vula bas e schiv i sas!” nel dialetto della nostra zona. Detto così può far sorridere, ma a pensarci bene, è di una tristezza infinita.
Cara Valentina,
stanotte non ho finito il commento perchè son dovuta andare a ripescare mio figlio e dopo sono crollata. Ora ti sto scrivendo dal bar, stasera ho ospiti a casa, ma abbi fede che prima o poi lo finirò!
un beso
@ ester:
Ecco, mi sembrava infatti che il commento fosse tronco! Non preoccuparti, appena puoi!
Un abbraccio!