
Sono molto contento del successo che sta riscuotendo il mio ultimo ebook “Come guadagnare i tuoi primi 100.000 mila euro con un blog”. E per questo ringrazio tutti gli affiliati che stanno facendo davvero un ottimo lavoro di promozione.
Ma ci tengo a dire che la mia soddisfazione non è tanto per gli incassi che sta generando. Quella è scontata. La mia soddisfazione più grande, invece, deriva dall’influenza positiva che l’ebook sta esercitando sui lettori.
Sapevo che la mia storia avrebbe scosso gli animi. Ed è per questo che ho deciso di raccontarla, di svelare il mio personale percorso di crescita, fatto di errori, di paure, di scoperte allucinanti e di piccoli grandi successi.
La fase 3.0
Il blogging vecchio stile, quello di tipo divulgativo a basso rendimento economico, ha fatto la sua parte. È stato importante. Ha contribuito ad accelerare il processo di condivisione e di predisposizione del mercato. Ha svezzato le persone e le aziende all’uso della tecnologia mediatica e del marketing contestuale. Ma oggi deve necessariamente fare spazio a qualcosa di più costruttivo.
La nuova fase del web, che potremmo già indicare come 3.0, si fonda sulla community. Seth Godin parla di Tribù, rievocando un senso ancora più arcaico e primitivo del bisogno umano di fare gruppo e di avere sempre, costantemente, un riferimento autorevole o una forza superiore a cui credere.
I giornali online non parlano d’altro. Sono proiettati all’erogazione di contenuti premium, a pagamento (Vedi ANSA). Il vecchio modello, che attingeva risorse e sostentamento dall’advertising e dai publisher, semplicemente non funziona. I banner non funzionano. Gli AdSense non funzionano. L’informazione usa e getta non funziona per il business. E senza business, senza soldi, senza risorse per mantenere studiosi, ricercatori, formatori e giornalisti di settore, il web torna a essere poco più che un volantino digitale.
Soddisfare i bisogni della gente
Le persone non vogliono sapere cosa sta facendo Google per migliorare l’algoritmo. Se glielo dici, ti ascoltano pure, ma non spendono un centesimo per questo tipo di informazione.
Le persone vogliono sapere cosa devono fare per vivere meglio, per dimagrire, per scrivere bene, per leggere velocemente, per fare delle buone fotografie, per imparare l’inglese, per sedurre una donna (o un uomo), per addestrare il loro cane, per padroneggiare Photoshop, per costruire un’azienda di successo, per parlare in pubblico, per trovare lavoro, per investire in borsa, per guarire da una malattia etc. etc..
Questo tipo di informazione ha un valore percepito che aumenta in modo direttamente proporzionale alla cogenza del bisogno. Le persone pagano per avere queste conoscenze. E le vogliono subito.
Nell’era del web 3.0 ci si aspettano risposte concrete, soluzioni immediate ai problemi. I motori di ricerca devono restituire maggiore qualità e pertinenza. I siti devono aggregare e l’informazione deve sempre modificare lo stato attuale del lettore in qualcosa di più elevato o, se vogliamo, desiderato.
L’informazione, che oggi copre indistintamente tutti i flussi di notizie (cronaca, news, report e altro), deve specializzarsi e fornire know how. Deve formare! Deve spiegare passo passo una procedura, un metodo, una tecnica. Deve arrivare a migliorare la vita della gente.
Vale tutto questo per i blog? Beh, credo proprio di si. Altrimenti non si spiega come abbia fatto in pochi mesi a costruire una membership come quella del Gruppo Premium.
Le persone si aggregano intorno a un progetto. Lo condividono e se ne appropriano. L’identificazione col gruppo svela proprio il bisogno ancestrale della tribù. Un bisogno che va rispettato e soddisfatto con uno scambio retribuito di conoscenza specialistica.
Il prezzo dell’informazione
Il sapere specializzato deve avere un prezzo. Il prezzo responsabilizza sia l’erogazione che la fruizione della conoscenza. Perché crea un rapporto solenne, impegnato, di reciprocità economica.
Il gratis, invece, è approssimazione, superficialità, libertà di mantenersi al di sopra dei bisogni, perché nessuno ci obbliga a raggiungere dei risultati. Il gratis non costruisce, crea solo rumore di fondo. Non dona benefici, ma confusione e ambiguità.
Anche quando i contenuti erogati gratuitamente sono di indiscussa qualità, il meccanismo di valutazione resta quello di un approccio disimpegnato, senza pretese.
Ma la crescita dell’uomo avviene sulla base di un impegno, di una responsabilità personale e sociale. Il gratis semplicemente non impegna.
La gratuità non esiste in senso assoluto. Si tratta piuttosto di una strategia volta a far nascere la domanda (quando è possibile).
In ogni processo di produzione, distribuzione, assegnazione e consumo, il gratuito può riscontrarsi nelle fasi della distribuzione e dell’assegnazione, ma non nella sfera della produzione. La sua produzione, come ogni altra produzione, ha un costo.
La gratuità esiste solo dal punto di vista del consumatore. Ma essa è sostenibile nella misura in cui c’è chi copre le spese (consapevolmente oppure no). La scuola, per esempio, è gratuita per gli alunni, ma ha un costo per la società. I giornali possono essere distribuiti gratuitamente, ma sono pagati dalla pubblicità che diffondono con essi.
Ed ecco il punto di svolta, il motivo di doglianza del magnate australiano Rupert Murdoch della News Corporation che senza peli sulla lingua ha dichiarato la fine del modello di business basato sui contenuti gratuiti, spiegando che “l’attuale modello economico a libero accesso favorito dai maggiori produttori di contenuti è difettoso“.
La pubblicità online (il banner) non rende. E le aziende (quelle che dovrebbero sostenere i costi della gratuità) non investono su qualcosa che non rende. Il risultato è che il modello 2.0 di diffusione dei contenuti è alla fine del suo ciclo.
Conclusioni
Si può bloggare per gioco, per hobby, per il piacere di essere parte di un processo, e avere nel contempo altre fonti di guadagno (lavoro tradizionale). Ma non si può bloggare per business facendo leva sul 2.0 e sulla gratuità dei contenuti.
Siamo alle soglie di una nuova era, quella del blogging business avanzato.
Aumenta la qualità dei tuoi contenuti e il focus delle tue ricerche. Crea una community di valore, una tribù che accoglie specifiche esigenze e le soddisfa con puntualità e precisione.
Del resto, io ho fatto esattamente questo per avere un gruppo di lettori fedeli che ogni mese mi paga per leggere quello che scrivo. L’ho fatto contro l’opinione di tutti. Mi hanno criticato e offeso per le mie scelte. Ma a quanto pare, il tempo mi ha dato ragione.
Lettura consigliata: “Come guadagnare i tuoi primi 100.000 mila euro con un blog”.
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Tags: blog, blogging business, community, lettori paganti, membership, Tribù, web 3.0


Il post invita ad una riflessione molto importante…
L’era dell’Informazione porta con sè la nicchia della Formazione, dove anche per comprare low cost, ad esempio un mobile dell’Ikea, abbiamo la curiosità o la necessità di sapere come questo si monta…
Meditate Gente! Meditate!!!