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Cambiamo l’articolo 1 della Costituzione italiana!

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Un poeta, scrittore e critico letterario francese, di nome Rémy de Gourmont, disse: “siamo arrivati a un tal grado di imbecillità da considerare il lavoro non solo come onorevole, ma persino come sacro, mentre non è che una triste necessità“. Io sottoscrivo quest’affermazione e aggiungo che è arrivato il momento di pensare seriamente a una rivisitazione concettuale del “lavoro”.

L’asimettria che si è venuta a creare tra quello che il lavoro rappresenta nell’immaginario collettivo e la sua reale essenza nella vita delle persone è troppo marcata per fare finta di niente. I modelli relazionali cambiano in base alla tecnologia. E quello che un tempo aveva un senso, oggi rischia di essere fortemente deleterio per l’economia e per lo sviluppo del Paese.

Le persone cercano il lavoro, oppure soffrono per il lavoro. Costruiscono la loro vita intorno al lavoro. Ma se provassimo a cambiare registro? E se non fosse più il lavoro quello di cui le persone hanno bisogno per vivere meglio? E se dicessimo ai nostri figli che è più importante la conoscenza che il lavoro?

Sono certo che molti lettori si scandalizzano di fronte a questa considerazione, perché mina le loro certezze. Ma se c’è qualcosa che cambia con una certa regolarità nella storia dell’uomo è proprio lo schema di produzione, che dal dopoguerra a oggi è stato omologato e sedato dalla sindacalizzazione e dagli interessi oligarchici di una certa classe dirigente.

Nel video qui sotto suggerisco di cambiare l’art. 1 della Costituzione italiana. Obiettivo difficile? Ne sono certo. Ma credo pure che sia arrivato il momento di parlarne.

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9 Comments »

  1. avatar Raffaello ha commentato:

    Proviamo ad immaginare, solo per un attimo, un mondo in cui nessuno lavora (nel senso tradizionale in cui lo intendi in questo post) e tutti fanno del blogging per vivere (basandosi perciò sulle conoscenze).
    Immaginiamo ora di andare al supermercato per la nostra spesa quotidiana e… trovare tutti gli scaffali vuoti. Immaginiamo ora di avere l’auto che non parte e… non troviamo un meccanico. Immaginiamo di voler spedire una lettera e… non troviamo il postino.
    Ma come? Non lavora più nessuno e sono tutti a scrivere un post per il loro blog?
    E io come mangio? Come riparo la mia macchina? Come invio il mio pacco?
    Ah già, chi fà tutte queste cose può guadagnare al massimo 1200 euro al mese, non conviene.
    Fatto sta che, andando oggi al supermercato tutti noi abbiamo trovato gli scaffali pieni, riempiti da operai che guadagnano 1000 euro al mese, andando al forno abbiamo trovato il pane, fatto di notte da un operaio che guadagna 1000 euro al mese. E credo non ci sia bisogno di andare oltre…
    Chiedo scusa se forse sono stato un pò duro. Ma non è la prima volta che vedo post del genere da chi “vive” di solo internet. E non mi pare giusto denobilitare chi lavora.
    Vorrei una risposta, magari per trovare una soluzione per tutti quei beni e servizi che tanto ci servono e che mancherebbero se tutti facessero del “blogging” per vivere.

  2. avatar Ladyvalkan ha commentato:

    Come non sottoscrivere parola per parola questo video… è davvero un’impresa ardua cambiare la mentalità della gente quando questa li conduce ad impantanarsi sui soliti schemi, o cercare quantomeno di farla ragionare.
    Poco importa se tutti i santi giorni stramaledicono il loro lavoro e se i sindacati ormai sono diventati… quello che sono, o se forse in realta nn hanno mai compiuto veramente la loro funzione… ciò che conta è portarsi a casa la pagnotta, anche se il lavoro in se stesso è fonte di quotidiana e inevitabile frustrazione.
    Quest’ottica poteva avere senso fino a qualche tempo fa ma come dici giustamente tu oramai non siamo più nel dopoguerra, è ora di contemplare anche altre possibilità di stile di vita!

    E mettere in primo piano la conoscenza del singolo messa al servizio di chi ne ha maggiormente bisogno mi suona come una vera e propria rivoluzione… passerò parola con quante più persone possibile, parola mia Carlo! :D

    Anche con Facebook, naturalmente. ;)

  3. avatar Carlo D'Angiò ha commentato:

    @ Raffaello:
    Tranquillo, non sei stato affatto duro, se non con te stesso. Ma ti ammiro. Almeno hai avuto il coraggio di esporti e di confrontarti, a differenza di altri che vivono all’ombra di se stessi. Ti sei meritato una risposta lunga.

    Dunque, provo a esplicare meglio il mio pensiero.

    Cominciamo dal blogging. Lo uso spesso come esempio perché è quello che faccio. Ma non ho mai detto che tutti devono o possono farlo. C’è anche di meglio. Molto dipende anche dalla vocazione personale. Ci sono medici che amano il lavoro che fanno e che profondono se stessi a salvare vite umane. Ci sono insegnanti che hanno il merito (molto raro) di insegnare veramente, perché amano quello che fanno. Ci sono ingegneri a cui va il merito della più moderna tecnologia, quella che solo qualche anno fa era impensabile.

    Capisci cosa intendo? Il blogging sta nei miei discorsi perché non potrei parlare di quello che non conosco.

    Ma torniamo a noi. Dunque, gli scaffali, gli operai e i mille euro al mese. Allora, vediamo un po’… secondo te ci vuole qualcuno che riempie gli scaffali. E anche chi ripara l’auto, giustamente. E poi il panettiere (a me piace tanto il pane), il macellaio, il piastrellista (mio padre è un piastrellista), il carpentiere, il vasaio etc.. Gente che secondo il tuo punto di vista è fuori dagli schemi di cui parliamo spesso su questo blog. Giusto?

    Credo di avere capito così. Hai detto: “Fatto sta che, andando oggi al supermercato tutti noi abbiamo trovato gli scaffali pieni, riempiti da operai che guadagnano 1000 euro al mese, andando al forno abbiamo trovato il pane, fatto di notte da un operaio che guadagna 1000 euro al mese. E credo non ci sia bisogno di andare oltre… (lo credo anche io).

    Qui si apre una duplice valutazione.
    1. La prima, è che tu sei convinto di avere trovato il pane, gli scaffali e le riparazioni meccaniche perché c’era l’operaio. E questo la dice lunga sulla tua visione delle cose.
    2. La seconda, è che tu poni su due piani antitetici (proprio come volevasi dimostrare) il lavoro inteso nella sua accezione più classica e il benessere che deriva dalla conoscenza, privandotene nel momento stesso in cui fai questa separazione. Quasi mi sembra di percepire al riguardo una tua paventata incompatibilità. È come se tu negassi a certe persone il diritto di beneficiare del sapere.

    Raffaello, il tuo intervento mi sembra una negazione. Neghi alle persone il diritto di avere una vita migliore. E lo neghi soprattutto a te stesso.

    Ti voglio raccontare un aneddoto che ho letto un po’ di tempo fa da un ebook di Giacomo Bruno. Si tratta di due persone (diciamo, Marco e Antonio), due abitanti di un paesino della California molto arido. Infatti, la situazione dell’acqua precipita tragicamente. E il sindaco decide di espletare una gara d’appalto per trovare delle persone che possano risolvere il problema dell’acqua. Marco e Antonio partecipano e vincono a pari merito.

    Il sindaco spera che tra i due si inneschi una sana concorrenza che favorisca per i cittadini il migliore servizio possibile.

    Marco comincia subito a lavorare duramente, dalla mattina alla sera. Va verso il fiume con i secchi, li riempie, li porta in città a piedi, li svuota in un pozzo e comincia a vendere acqua a un dollaro a secchio. Si fa pagare e comincia a guadagnare un po’ di soldini per il suo lavoro, giustamente. Antonio, invece, scompare per un periodo. Nel frattempo Marco continua a lavorare. Va al fiume come sempre dalla mattina alla sera, tutti i giorni, per portare l’acqua nel paesino.

    Ma dopo alcuni mesi, Antonio torna, e con lui porta una squadra di ingegneri e una serie di “operai”. Costruisce un acquedotto che dal fiume porta direttamente l’acqua nel paesino. Decide di vendere l’acqua a 25 centesimi al litro.

    È evidente che tra i due, le persone preferirono rifornirsi da Antonio, anche perché l’acqua costava di meno, il quale senza aver fatto alcuno sforzo (tranne quello di curare sempre la sua conoscenza), grazie alla sua idea, vede affluire i soldi in quantità. Dopo un anno aveva fatto veramente una barca di soldi.

    Marco, dal canto suo, prova ad abbassare i prezzi a 20 centesimi così da poter competere con Antonio. Ma ovviamente deve continuare a lavorare. Assume anche i figli, perché deve lavorare 7 giorni su 7, 24 su 24, deve coprire anche i turni di notte, perché Antonio comunque offre l’acqua anche di notte e anche di domenica.

    E allora ecco che tutti componenti della famiglia iniziano a fare la spola, avanti e indietro tutto il giorno, stancandosi a tal punto che non ne possono più.

    Antonio, al contrario, oramai si è ripagato l’investimento e può permettersi di abbassare ancora il prezzo. Lo porta a 0.10.
    Marco non ce la fa, non si ripaga neanche i costi della vita, né lo stipendio dei figli. E rinuncia.

    Antonio, invece, pensa a novi investimenti da fare e decide di portare ‘acquedotto in tutti i paesini della California e diventa multimiliardario.

    A proposito, Antonio non era un blogger.

  4. avatar Raffaello ha commentato:

    Ciao Carlo, grazie per la risposta.

    Devo ammettere che ci sono stati diversi fraintendimenti e che forse la mia conclusione è stata avventata. Ho visto, erroneamente, il tuo post come una sorta di “inno al lavoro online” e “disonore del lavoro tradizionale”. E chiedo scusa per questo. Evidentemente intendevi che ciascuno deve fare ciò che gli piace secondo conoscenza, e che il web e il blog possono aiutare in questo. E in tal caso non c’è cosa più giusta. Per quel che mi riguarda, io sono il primo a voler guadagnare di più e lavorare di meno (qualcosina online la guadagno anche io) cercando di motivare anche amici e conoscenti (pochissime volte ascoltato, ammetto).

    Al prossimo commento :-)

  5. avatar davide1976 ha commentato:

    Bhe carlo,la mentalità della gente è sempre la stessa.
    Tutti noi siamo stati educati ad avere un lavoro per guadagnare e farci una famiglia,ma la verità purtroppo è un’altra;tutto gira intorno al denaro,il lavoro è secondario,perchè si lavora naturalmente per i soldi.

  6. avatar Tek ha commentato:

    Complimenti per la provocazione Carlo, condivido in toto ma credo resterà, appunto, una “bella provocazione”.

    Io sono il primo degli ignoranti a pensare, da sempre, quanto sia importante conoscere, sapere, anche solo per stare bene con sé stessi.

    Agli italiani gliene frega poco nulla della cultura, purtroppo, sono succubi dei “reality”, siamo il popolo della tv…e pensa, se un giorno mai dovessimo “svegliarci”, ci sarebbe da ridere con i nostri politicanti che sanno bene quanto sia pericolosa la cultura, la rete, la vera libertà..

    ciao

    Marco

  7. avatar ester ha commentato:

    Carlo, ti posso dare un consiglio?? cura di più la tua alimentazione!!! si perchè è ovvio che soffri di gravi disturbi digestivi che ti tengono sveglio di notte così ti lasci andare a queste fantascientifiche elucubrazioni!!!! :)
    SCHERZOOOOOOOOOOO anzi, sarebbe giusto invece il contrario, cioè, svelarci il segreto per essere “contagiati” anche noi tutti ( e per tutti intendo tutto il popolo italiano)dal “virus alza-la-testa-e-vivi-la-tua-vita” e dai suoi sottoceppi “svegliati” “usa-la-tua-testa” “esci-dagli-schemi-preconfezionati” ecc.

    Battute a parte, condivido (ancora!!!) il tuo pensiero. Il fulcro credo sia la necessità di informare a macchia d’olio i nostri compatrioti, un numero molto consistente perchè la storia insegna che le masse sono inarrestabili, i singoli, il buio se li inghiotte, se non espatriano per tempo! Credo che qusta la dica lunga su come la penso e mi fermo qui perchè potrei riempire pagine con esempi ad avvallo delle mie teorie.

    Per rispondere a Raffaello:
    anche io, quando sono entrata in un network marketing anni fa, ho avuto la tua stessa riflessione, perchè è ovvio che quando frequenti certi ambienti, questi discorsi sulla qualità della vita, sulla gestione autonoma del tempo e così via, emergono con prepotenza.
    sai cosa mi è venuto da pensare? CHE SI POTREBBE LAVORARE TRADIZIONALMENTE PER HOBBY!!! Sì, fare il contrario di ciò che si fa ora. Invece di stare 6-8 ore in officina, ufficio, negozio, o qualsiasi altra attività lavorativa, e dedicare poche ore a ciò che ci piace veramente fare, si potrebbe invertire la cosa. magari si potrebbe pensare di dedicare tre giornate la settimana per il lavoro “classico” e gli altri per il blogging. Vero che un blog è meglio se aggiornato quotidianamente, ma è anche vero che internet, coi suoi programmi, ti permette di pianificare anche in qusto senso, perciò, come dico spesso:
    SE VUOI, PUOI!
    Certamente che cambiando la base ( il lavoro “classico” fondamento dell’economia ecc.) bisognerebbe anche ridefinire tutto ciò che gira intorno. Sarebbe una rivoluzione fantastica, probabilmente anche una fonte di maggior occupazione tradizionale a favore di chi non è portato per il business internettiano.
    Per me c’è molto da meditare.
    Il mio scetticismo arriva dal fatto che chi ci governa, indipendentemente dalla propria bandiera, non ha logicamente nessun interesse perché si migliorino le condizioni di vita di tutti, perché, secondo loro, per esserci i ricchi, ci devono essere anche i poveri: sono vittime dei loro stessi sistemi ideologici e non lo sanno!!!!!

    Forse le ho sparate grosse anche io, ma pensiamoci un attimo prima di cestinare il tutto, cerchiamo di vedere la frittata anche dall’altro lato, prima di dire che il puzzo di bruciato l’ha rovinata!!!! ;)
    Ciao.

  8. avatar Stefano 1 ha commentato:

    Ciao Carlo (e tutti), visto che apprezzi chi “su espone”, eccomi qui.

    Secondo me è solo una questione “semantica” e se vogliamo anche filosofica!

    La definizione di lavoro per come mi è stata insegnata è la seguente: attività svolta a scopo di lucro (pertanto la quantità di “lavoro” è più o meno misurabile, più o meno come il “lucro”.

    La definizione di “conoscenza”, qualunque essa sia (perchè dovremmo fare a monte dei discorsi mooooooltoooo filosofici per mettereci d’accordo), è mooooooltoooo meno certa e infinitamente meno misurabile, quindi il lucro che ne deriverebbe sarebbe certamente “aleatorio”.

    A proposito dell’acquedotto: ricordo d’aver letto anche della legge dell’80/20, per concludere che per quell’”assioma”, dopo un anno havranno incrementato il loro capitale solamente quei 20 che hanno “creduto” in qualcosa o in una idea, non necessariamente (e forse mai) coloro che “conoscono” più degli altri 80 (anzi!!!!!).

    In conclusione, sono certamente d’accordo sul fatto che bisogna ragionare davvero su TUTTO, ma personalmente sarei davvero molto attento nel proporre di cambiare l’Art. uno della nostra Costituzione!!!

    Potrebbe anche andare bene finchè si tratta di gettare un sasso nello stagno, altrimenti proprio NO!!!!

    Ciao a tutti.

  9. avatar Carlo D'Angiò ha commentato:

    @ Stefano 1:
    Vorrei poterti dare ragione, ma il lavoro non è – ahimè – una semplice definizione. E neppure il discorso sulla conoscenza può essere affrontato così pigramente.

    Forse è proprio questo atteggiamento che rifiuta di guardare le cose da una diversa prospettiva che non ci permette di fare un passo avanti e che determina quell’80% di cui parla Pareto.

    Se proviamo a ragionare intorno al concetto di lavoro, ci sono buone probabilità che possa emergere qualcosa di interessante sul piano sostanziale e non solo su quello lessicale.

    Nella lingua francese, il primo significato attribuito alla parola lavoro designa il travaglio della donna durante il parto. Essa indica l’atto in cui si mescolano per eccellenza il dolore e la creazione. Ma più che alla polissemia di questa parola, volgerei la mia attenzione alla sua estrema ambivalenza.

    Il lavoro evoca contemporaneamente la costrizione, il sacrificio per un’attività che non è essa stessa il proprio fine, e la libertà, l’atto creatore, compiendo il quale l’uomo realizza se stesso.

    Come scriveva Alain Supiot, professore dell’università di Nantes:

    talvolta asservimento delle persone alle cose, tal’altra asservimento delle cose alle persone, il lavoro fa il demiurgo come fa lo schiavo.

    Questa ambivalenza si ritrova fin dai primi versi della Bibbia: “Con sofferenza dal terreno trarrai il nutrimento per tutti i giorni della tua vita (..) con il sudore della tua faccia mangerai pane, finché tornerai al suolo. Perché da esso sei stato tratto, poiché tu sei polvere e devi tornare in polvere!”.

    È vero, il discorso si fa pesante e per questo mi fermo qui. Ma puoi capire che non è semplicemente una questione di definizione. È molto di più. È una cultura mostruosa che condiziona da secoli la vita delle persone e che, viste le moderne tecnologie di produzione e di scambio, meriterebbe di essere messa in discussione con qualcosa che invece non ha mai smesso di donare benessere e crescita: la conoscenza.

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