
Il mio cane Rovigio abita in una cuccia che si trova nella zona nord-occidentale del cortile. È una cuccia molto carina, con il recinto, il doppio tetto e il cancelletto di ingresso in stile inglese. Tutto in legno.
Lui passa gran parte del suo tempo con me. Ama fare ogni cosa, se stiamo insieme. Correre, saltare, riportare oggetti o anche rotolarsi a terra mentre cerca di leccarmi il viso.
Ma quando sono impegnato in altre cose, semplicemente si scoccia. E anche se gira nel cortile per compiere la rituale marcatura del territorio, o per ispezionare la zona e far sentire il suo latrato ai gatti e agli altri animali, alla fine se ne ritorna sempre nella sua cuccia.
Fin qui, nulla di strano. Il fatto curioso comincia quando il vento sposta il cancelletto fino a farlo sembrare chiuso.
Infatti, se lo chiamo, Rovigio non perde un solo istante per venire da me. È ciò che a volte aspetta per ore con infinita pazienza. Si raggomitola su se stesso, avendo cura di tenere sempre la testa in direzione della porta del mio studio per sentire o per vedere il suo padrone che lo chiama.
Eppure, ci sono delle volte che, nonostante il richiamo, egli non si muove dalla sua cuccia. Sono le volte in cui il cancelletto, mosso dal vento, si avvicina di molto al suo telaio.
Chiunque riesce a vedere e a capire che non è chiuso, che la parte battente dell’imposta non è agganciata al telaio e che basta una spinta per riaprirla. E sono sicuro che anche Rovigio riesce a scorgere quella piccola apertura. Ma il fatto che non sia palesemente aperto, per il mio cane significa che non è stato ancora autorizzato a uscire.
Il richiamo non basta. “Crede” che sia necessario anche un gesto concreto e significativo di apertura del battente.
A questo punto, il cancelletto, al di là della sua reale capacità di contenimento o di delimitazione dell’area agibile, è diventato un simbolo. Se volge oltre i 45° rispetto all’asse d’appoggio, indica la libertà di uscire dalla cuccia. Se invece sbarra il passaggio, pur rimanendo aperto o apribile con una spinta, indica una chiusura, un transennamento, un comando preciso di rimanere in quel posto, nella cuccia.
Ti ho raccontato questo aneddoto per farti una domanda: il tuo cancello è veramente chiuso?
Conosco molte persone che sognano di avere una vita migliore, di lavorare da casa, di stare più tempo con la famiglia e con i figli e di essere più liberi. Sognano ardentemente di trovare una soluzione a quella che considerano oramai la prigione di se stessi.
Le persone soffrono terribilmente per le cose che non hanno, ma anche per quelle che hanno. Vogliono più soldi, più amici, più amore, più divertimento. Ma non vogliono quello che hanno, come la vecchia auto, la casa in affitto, il lavoro frustrante etc..
Sia in un verso che nell’altro, sentono la coercizione del loro modus vivendi e soffrono ancora di più ogni volta che si privano della possibilità di trovare una soluzione.
C’è chi dice che non è facile! E per questo si limita a vivere una vita che non gli appartiene. Ma io dico: cosa non è facile? In che modo non è facile? Perché non è facile? Quante cose hai fatto concretamente per cambiare la tua situazione?
Prova a spingere quel cancello, forse è ancora aperto!
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Strepitoso Esempio di umanità asservita e automatizzata dai processi mentali limitanti Carlo
La stessa cosa succede quando un elefante in un circo e legato ad una zampa da una catena molto sottile rispetto alla sua forza, ma siccome “si sente legato”, non osa romperla, pensando che non sia possibile.
Riguardo ai cani invece, quelli che pur nonostante il cancello sia chiuso e con la catena, cercano di uscire rompendola, che analogia ha con i lavoratori da casa italiani? Forse poche