
La settimana scorsa mi è capitato di sentire mia figlia che, in vista dell’interrogazione di filosofia a scuola, ripeteva ad alta voce il mito della caverna di Platone, un’allegoria che il filosofo ateniese racconta all’inizio del settimo libro de “La Repubblica” per spiegare che chi non sa, non sa di non sapere.
Per l’ennesima volta mi sono ritrovato a pensare alle parole di Aleksandr Solzhenitsyn che in una delle sue opere scriveva “Io sfoglio gli antichi saggi e vi ritrovo i miei pensieri più moderni”.
Come si fa a non subire il fascino di queste straordinarie creature? Come si può rimanere indifferenti di fronte alla loro grandezza intellettuale?
Sto parlando di uomini – come Platone, Aristotele, Socrate etc. – che sono vissuti più di 2000 anni fa e che hanno saputo raggiungere le più alte vette della conoscenza e del ragionamento speculativo.
Oggi le persone cercano rifugio nella PNL (Programmazione Neuro Linguistica) per imparare a vivere meglio con il modellamento, con il rapport, con il mismatching e con tutte quelle tecniche che vengono riproposte pedissequamente dai seguaci di Bandler e Grinder.
Conosco persone – anche nel gruppo premium – che hanno speso molti soldi per seguire i seminari di Tony Robbins e di altri formatori internazionali, ma che non hanno la minima idea di cosa sia la Retorica di Aristotele o L’encomio di Elena di Gorgia, il Panta Rei di Eraclito o il Mito della caverna di Platone.
È grave? Forse no. Ma se cerchi attraverso la PNL di modificare il tuo comportamento e di avere una visione più ampia sulle cose del mondo, oppure di avere una maggiore padronanza del tuo linguaggio e della tua comunicazione, vuol dire che sei consapevole di dover lavorare sulle tue capacità e sulle tue credenze. Il che è positivo!
Ma se escludi la filosofia classica dal tuo percorso di crescita, per ignoranza o per scelta, commetti un errore ancora più grave di chi non si rende conto di dover lavorare sulle proprie mappe mentali.
Chi non sa, non sa di non sapere. E in qualche modo si giustifica il suo allontanamento dalla conoscenza, perché non sa di non sapere. Non si rende conto di quello che fa. E non compie alcuno sforzo per cambiare.
Se invece ti accorgi di non sapere – quindi, fai un passo avanti – e poi escludi la filosofia perché “credi” che non ti serva – quindi, fai un passo indietro –, alla fine hai fatto due passi per tornare esattamente al punto di partenza.
Capisci cosa voglio dire?
Il Mito della caverna di Platone è una delle più belle metafore che una persona possa leggere per confrontarsi con i suoi pensieri limitanti.
Di seguito riporto la trama così come l’ho presa da Wikipedia.
Il mito della caverna
Si immaginino dei prigionieri che siano stati incatenati, fin dall’infanzia, nelle profondità di una caverna. Non solo le membra, ma anche testa e collo sono bloccati, in maniera che gli occhi dei malcapitati possano solo fissare il muro dinanzi a loro.
Si pensi, inoltre, che alle spalle dei prigionieri sia stato acceso un enorme fuoco e che, tra il fuoco ed i prigionieri, corra una strada rialzata. Lungo questa strada sia stato eretto un muricciolo, lungo il quale alcuni uomini portano forme di vari oggetti, animali, piante e persone. Le forme proietterebbero la propria ombra sul muro e questo attrarrebbe l’attenzione dei prigionieri. Se qualcuno degli uomini che trasportano queste forme parlasse, si formerebbe nella caverna un’eco che spingerebbe i prigionieri a pensare che questa voce provenga dalle ombre che vedono passare sul muro.
Mentre un personaggio esterno avrebbe un’idea completa della situazione, i prigionieri, non conoscendo cosa accada realmente alle proprie spalle e non avendo esperienza del mondo esterno (si ricordi che sono incatenati fin dall’infanzia), sarebbero portati ad interpretare le ombre “parlanti” come oggetti, animali, piante e persone reali.
Si supponga che un prigioniero venga liberato dalle catene e sia costretto a rimanere in piedi, con la faccia rivolta verso l’uscita della caverna: in primo luogo, i suoi occhi sarebbero abbagliati dalla luce del fuoco ed egli proverebbe dolore. Inoltre, le forme portate dagli uomini lungo il muretto gli sembrerebbero meno reali delle ombre alle quali è abituato; persino se gli fossero mostrati quegli oggetti e gli fosse indicata la fonte di luce, il prigioniero rimarrebbe comunque dubbioso e, soffrendo nel fissare il fuoco, preferirebbe volgersi verso le ombre.
Allo stesso modo, se il malcapitato fosse costretto ad uscire dalla caverna e venisse esposto alla diretta luce del sole, rimarrebbe accecato e non riuscirebbe a vedere alcunché. Il prigioniero si troverebbe sicuramente a disagio e s’irriterebbe per essere stato trascinato a viva forza in quel luogo.
Volendo abituarsi alla nuova situazione, il prigioniero riuscirebbe inizialmente a distinguere soltanto le ombre delle persone e le loro immagini riflesse nell’acqua; solo con il passare del tempo potrebbe sostenere la luce e guardare gli oggetti stessi. Successivamente, egli potrebbe, di notte, volgere lo sguardo al cielo, ammirando i corpi celesti con maggior facilità che di giorno. Infine, il prigioniero liberato sarebbe capace di vedere il sole stesso, invece che il suo riflesso nell’acqua, e capirebbe che:
«è esso a produrre le stagioni e gli anni e a governare tutte le cose del mondo visibile e ad essere causa, in certo modo, di tutto quello che egli e suoi compagni vedevano. » (Platone, La Repubblica, libro VII, 516 c – d, trad.: Franco Sartori)
Resosi conto della situazione, egli vorrebbe senza dubbio tornare nella caverna e liberare i suoi compagni, essendo felice del cambiamento e provando per loro un senso di pietà: il problema, però, sarebbe proprio quello di convincere gli altri prigionieri ad essere liberati. Infatti, dovendo riabituare gli occhi all’ombra, dovrebbe passare del tempo prima che il prigioniero liberato possa vedere distintamente anche nel fondo della caverna; durante questo periodo, molto probabilmente egli sarebbe oggetto di riso da parte dei prigionieri, in quanto sarebbe tornato dall’ascesa con “gli occhi rovinati”.
Inoltre, questa sua temporanea inabilità influirebbe negativamente sulla sua opera di convincimento ed, anzi, potrebbe spingere gli altri prigionieri ad ucciderlo, se tentasse di liberarli e portarli verso la luce, in quanto, a loro dire, non varrebbe la pena di subire il dolore dell’accecamento e la fatica della salita per andare ad ammirare le cose da lui descritte.
Conclusioni
L’uomo passa gran parte del suo tempo nella caverna buia delle sue opinioni, perdendosi le magnificenze del mondo in cui vive, semplicemente perché “crede” a quello che vede, ma non sa che quello che vede è solo una parte di ciò che esiste.
Lontano dalla realtà e incapace di rapportarsi utilmente al mondo esterno, compie delle scelte limitate dalla sua visione.
Nel nostro caso, le persone incavernate sono quelle che vedono il lavoro tradizionale come l’unica via percorribile, soffrendo per la sua mancanza o per le sue implicazioni (licenziamenti, cassa integrazione, mancanza di stipendio etc.).
Tra questi c’è chi apprezza le storie di chi ha avuto successo con un blog, ma preferisce non fare niente. Perché una cosa è ascoltare la storiella e provare a immaginare il piacere di chi l’ha vissuta, un’altra cosa è agire per se stessi.
E poi c’è chi nemmeno apprezza la storiella, perché non crede nel cambiamento e nella possibilità di poter lavorare da casa e guadagnare molto di più che con un lavoro o una professione tradizionale, oppure pensa che non valga la pena di subire il dolore dell’accecamento e la fatica della salita. Meglio rimanere fermi, dicono. Almeno non succede niente.
Tu cosa ne pensi?
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Grande come sempre Carlo… Dai tuoi post si può vedere la tua enorme cultura… Complimenti
krikko
Penso che questa storia è fantastica!
Hai ragione…manca la giusta sensibilità per scorgere dai nostri avi i significati più profondi della nostra esistenza.
Da quando ti seguo si è riaccesa la mia fiamma di “conoscenza”.
Leggo come un forsennato e sono consapevole di non saperne ancora abbastanza sui delicati meccanismi della vita.
Da un anno ormai cerco con affanno di superare quelle convinzioni limitanti, come l’uomo della caverna che ha sempre vissuto nella caverna.
E’ faticoso, duro e difficile il percorso che ho intrapreso…ma so che posso farcela.
So che oltre il muro, oltre la zona di “confort”, c’è la luce!
Spero di fare quanta più esperienza possibile per trasmettarla ai miei figli.
Intanto grazie per questo articolo.
Un post che fa davvero aprire gli occhi, utilizzando il mito della caverna, mi hai fatto fare un salto indietro negli anni ed apprezzare qualcosa che a scuola mi faceva ribrezzo. Sarà che …panta rei…ma anche lo “scorrere” del tempo può far piacere! Grazie per le emozioni che riesci a far vivere e per i messaggi che trasmetti.
Ciao Carlo.
Penso che il post sia perfetto.
Credo anche che Platone facesse riferimento a ben altre verità che scegliamo di rifiutare di vedere, non soltanto le nuove prospettive lavorative su internet.
Penso che ci sia sempre qualcuno che vede le cose “più dall’esterno”, anche quando pensiamo di vedere le cose già abbastanza “dal di fuori”.
Del resto, penso sia convinzione di tutti i prigionieri quella di vedere il giusto.
1abbraccio e complimenti per lo splendido post.
Josè
Che bello questo articolo Carlo… alcuni mesi fa proprio in Wikipedia mi ero imbattuta in questo mito e l’avevo letto con molta attenzione cercando di renderlo utile per me stessa e per gli altri.
Sai, mi fa venire in mente un aneddoto raccontato da Osho, un famoso guru indiano: lui aveva sentito raccontare di alcuni prigionieri che per anni erano rimasti chiusi in catene, per molti anni, ora non ricordo il periodo di tempo preciso…. ebbene, molti di quegli stessi prigionieri, che erano stati liberati e riportati improvvisamente alla luce del giorno e alla normale vita quotidiana, provavano l’ardente desiderio di ritornare in catene com’erano prima!
Questo perchè almeno quella era una realtà che conoscevano e alla quale erano abituati… incredibile, non è vero?
Questa storiella si ricollega benissimo al mito della caverna e fa capire che è davvero dura uscire dalle proprie credenze e convinzioni, e questo perchè?
Perchè CREDIAMO che esse ci mantengano saldi, al sicuro dai pericoli… quando invece non è affatto così!
Si puo fare di tutto, corsi su corsi ma bisogna anche far sì che avvenga anche nel contempo un vero e proprio processo interiore, che avvenga all’inverso rispetto al modo in cui le nostre credenze (le ombre) si sono formate.
Bisogna trovarsi faccia a faccia con le proprie paure che il più delle volte sono infondate e sconfiggerle una volta per tutte, e il processo richiede più o meno tempo a seconda dei singoli casi.
Io ad esempio, che ho un pò tardato con la partenza del mio blog, oltre a questioni pratiche che han rallentato il tutto, mi sono di recente resa conto che c’erano ancora un paio di ombre su di me, che in realta anche se non lo volevo ammettere, mi stavano frenando.
Ora fortunatamente posso dire di averle scacciate via, e più niente mi può fermare.. ora mi butto… o la va o la spacca!
Ok, stavolta il mio commento è stato un pò più lungo ma il post mi ha veramente ispirata stavolta e ho scritto veramente di getto. Alla prossima e un saluto a tutti!
Bye!
Mi volatilizzo per uno spuntino!
Ciao Carlo
da appassionato e ancor oggi studente, ma lo sarò sicuramente per sempre, di filosofia, non posso far altro che complimentarmi con te.
Le conclusioni a cui giungi alla fine del post, calate in particolar modo sul tema che ci lega…la possibilità di creare attività di successo con un blog, l’abbandono della paura e del rimanere legati a concezioni lavorative di un certo tipo, hanno uno stampo geniale.
I personaggi della caverna, convinti che il loro mondo, quello che vedono passare con le ombre di fronte ai propri occhi, sia l’unico reale, è in effetti paragonabile a chi, nel mondo d’oggi, non riesce a “sapere” che c’è una realtà ben diversa, lì fuori.
Le ombre che altro non sono che pallide immagini di una realtà perfetta che esiste. (Le Idee, enti perfetti…)
..E’ vero, arriva uno, che potresti essere tu nella fattispecie del blogging business,il quale dice che la realtà non è quella che ognuno di noi vede e pratica da sempre ma quella che si trova fuori; mostri una certa strada e la cosa brutta è che pochi( che continuano a guardare le ombre sul muro della caverna) ci credono…
oppure ci credono anche, ma che fatica, quanta fatica solo all’idea di rimettere in gioco le proprie convinzioni, di cominciare a guardare le cose “perfette” che sono là fuori.
Il mito della caverna, caro Carlo, è un mito che si lega a tante vicende della vita. Indica lo stato di non verità spesso vissuta dagli uomini, l’essere vittima di opinioni costantemente mutanti. Le ombre ci fanno intuire che c’è qualcosa di più reale di loro stesse;che forse sono semplicemente copie di Idee perfette(le Idee platoniche)che sono lì, a portata di mano…
Basta a volte decidersi di faticare un pò per coglierle.
Grazie per questa innaffiata di cultura platonica
Ciao a tutti
Roberto Merlo